Boh forse dovrei faci un (com’è che si chiamava?) un blog.
IL PUNTO CIECO DELLA PERFORMANCE
C’è un luogo, nella ricerca della prestazione, qualunque significato abbia, che tutti attraversano ma nessuno guarda.
È il momento in cui un valore numerico prende il posto del corpo.
In cui un coefficiente, un CdA, una potenza soglia, un peso diventano la realtà, anziché la sua approssimazione.
È lì che nasce il punto cieco.
Un settore intero — il ciclismo su tutti — ha costruito la propria modernità su una fiducia cieca nel dato isolato, trattato come verità, anziché come sintomo.
Ma un dato è un artefatto.
Non esiste da solo.
È sempre prodotto da condizioni, strumenti, scelte, semplificazioni.
È una fotografia in bassa risoluzione di un evento complesso.

La performance non è quel numero.
È ciò che succede prima che quel numero venga letto.
È un sistema dinamico, relazionale, morfogenetico.
Non si misura: accade.
Anzi a dire il vero viene fatto accadere.
Eppure, la logica ingegneristica dominante ha ridotto la prestazione a un esercizio di compatibilità tra strumenti e numeri.
Come se si potesse descrivere Michelangelo attraverso la pressione esercitata dallo scalpello sul marmo.
O giudicare (e migliorare) una cattedrale rinascimentale leggendo i Newton per metro quadro delle forze sulle volte.
La scienza non è questo.
La scienza, quella vera, sa di non sapere tutto.
E oggi più che mai, è costretta a riconoscere che la forma di un evento non è la somma dei suoi dati, ma la conseguenza delle sue interazioni.
La performance è una forma plasmata da una funzione.
E come ogni forma, va progettata, non misurata.
